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I mass media, la televisione in primis, presentano sovente l’immagine del corpo femminile e ciò si verifica in modo particolare nel settore pubblicitario.
L’immagine femminile viene infatti utilizzata con elevata frequenza per pubblicizzare ed incrementare le vendite di un ampio numero di prodotti che spazia dagli alimenti, ai prodotti di bellezza, all’abbigliamento, alle automobili e via dicendo.
Gli studi sulla rappresentazione dei generi nella pubblicità ed in particolare sul ruolo e l’immagine della donna hanno avuto un rapido sviluppo a partire dagli anni ’70 grazie agli Women studies.
Tali ricerche hanno evidenziato che nell’ambito della pubblicità, in modo più marcato negli spot televisivi, è presente una forte discriminazione tra la rappresentazione degli uomini e delle donne.
Le donne vengono in genere presentate come meno intelligenti, attive, potenti ed autoritarie ed al contempo più emotive, attraenti e giovani rispetto agli uomini.
Nel corso degli ultimi decenni l’immagine delle donne offerta in campo pubblicitario ha registrato, nei paesi economicamente e culturalmente più avanzati, una lenta evoluzione verso la parità tra i generi, ma sebbene sia stata progressivamente costruita l’immagine di una donna emancipata e dinamica permangono comunque, in modo più o meno evidente, delle sensibili differenze tra la rappresentazione che viene offerta del genere femminile e di quello maschile.
L’aspetto che emerge in modo più significativo è che sebbene si cerchi di offrire l’immagine di una donna indipendente e sicura di sé viene invece presentato il modello della donna-oggetto ed al contempo suggerita, in modo più o meno velato, l’inferiorità del genere femminile rispetto a quello maschile.
Tale discriminazione si evince con forza attraverso alcune tecniche che vengono utilizzate nell’elaborazione e nella costruzione dei messaggi pubblicitari.
Tali tecniche possono essere ricondotte principalmente a 4:
1) frammentazione del corpo femminile;
2) annullamento della donna in quanto persona;
3) sguardo delle donne raffigurate;
4) ruolo della donna.
1) frammentazione del corpo femminile: il corpo femminile viene presentato come “frammentato”; ovvero ne vengono mostrate solo alcune sue parti, come nella foto a lato.
Le parti del corpo che vengono raffigurate sono perfette; vengono infatti mostrati dei glutei scolpiti, delle bocche turgide e dei sorrisi smaglianti, come se questa costituisse la normalità, incrementando così sentimenti di insoddisfazione da parte delle donne riguardo al proprio corpo e sovente una conseguente diminuzione dell’autostima.
Inoltre ciò porta alla perdita dell’identità del soggetto in quanto persona ed alla perdita della sua soggettività rendendo in questo modo il corpo femminile, o alcune delle sue parti, un mero oggetto.
Questo ci permette di collegarci all’aspetto successivo: l’annullamento della donna in quanto persona.
2) annullamento della donna in quanto persona: la donna presente nel messaggio pubblicitario viene spesso annullata in quanto persona.
Si attua infatti un processo attraverso cui la modella passa da soggetto ad oggetto, prendendo così il posto dell’oggetto che pubblicizza, ed al contempo il prodotto reclamizzato viene come “umanizzato”.
3) sguardo delle donne raffigurate: altro aspetto che differenzia la rappresentazione dell’uomo e della donna nella pubblicità è costituito dallo sguardo.
Lo sguardo dei soggetti femminili presenti negli spazi pubblicitari in genere è rivolto frontalmente verso lo spettatore con il fine non solo di creare un coinvolgimento ed un legame ma anche con quello di sedurre.
Al contrario gli uomini non rivolgono quasi mai lo sguardo verso il pubblico; ciò sta ad indicare un atteggiamento autoritario ed al contempo contribuisce a definire l’uomo come un soggetto sicuro di sé ed indipendente.
4) ruolo della donna: infine un altro elemento che denota la discriminazione tra uomini e donne nella pubblicità è dato dal ruolo che assumono i soggetti presenti all’interno di un messaggio pubblicitario.
All’uomo viene infatti in genere attribuito un ruolo attivo in quanto viene presentato come un osservatore che opera attivamente all’interno del contesto in cui si trova.
Ciò indica conseguentemente che la donna, oggetto dello sguardo maschile, è invece relegata ad un ruolo passivo e che l’agire ed il prendere delle decisioni sono prerogative maschili.
Tali discriminazioni sono indubbiamente favorite anche dalle prerogative che caratterizzano i messaggi pubblicitari; in primis la struttura e la breve durata.
Ciò emerge in modo particolare negli spot televisivi, che hanno una durata che in genere varia tra i 15 e i 30 secondi.
Gli spazi pubblicitari vengono infatti costruiti al fine di comunicare velocemente, in modo diretto ed efficace il messaggio commerciale, per questo motivo presentano spesso allo spettatore una visione della realtà estremamente semplificata e stereotipata; aspetto che si ripercuote anche sulla rappresentazione dei generi.
Cosa ne pensate?
Permane ancora nella pubblicità la discriminazione tra uomini e donne oppure vi è una situazione di parità?
Bibliografia:
Codeluppi V., (2001), Che cos'è la pubblicità, Roma, Carocci editore S.p.A.
Per le foto si ringrazia: Tammy Manet.
venerdì 19 giugno 2009
Psicologia della pubblicità: La donna nella pubblicità
domenica 12 aprile 2009
giovedì 19 marzo 2009
Psicologia dell'apprendimento: Il rapporto tra televisione e rendimento scolastico
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La televisione è un medium che influisce in modo rilevante su un ampio spettro di processi cognitivi, tra cui, secondo diverse ricerche, anche il processo di apprendimento.
Questa relazione assume ancora più importanza se inquadrata nell’ambito dell’influenza che la televisione esercita sull’apprendimento ed il rendimento scolastico.
A riguardo sono stati svolti numerosi studi che hanno analizzato in modo approfondito la relazione che intercorre tra la fruizione della televisione e i risultati scolastici a partire dalla prima infanzia sino alla tarda adolescenza.
Tali ricerche hanno evidenziato dei risultati discordanti; alcune hanno infatti rilevato una correlazione negativa tra le due variabili, secondo cui all’incrementare della fruizione della televisione si avrebbe un peggioramento delle prestazioni scolastiche, altre hanno invece indicato la presenza di una relazione positiva, quindi un’incidenza favorevole della televisione sulle performance degli studenti, altre ancora non hanno individuato alcuna correlazione.
Uno studio particolarmente articolato svolto da Raziel nel 2001 ha esaminato questa relazione attraverso l’analisi congiunta di ben sei sperimentazioni che sono state condotte a partire dal 1985 ed analizzano il rapporto che intercorre tra la fruizione del medium televisivo ed i risultati conseguiti in ambito scolastico.
Ciò è stato possibile grazie all’utilizzo di una tecnica che prende il nome di metanalisi, che consente di esaminare diverse ricerche condotte sulla stessa tematica e di arrivare ad elaborarne una sintesi.
Altra prerogativa rilevante che accomuna le ricerche prese in esame è l’ampio numero di soggetti inclusi in ciascuna sperimentazione, che complessivamente hanno coinvolto oltre un milione di bambini ed adolescenti.
L’analisi delle ricerche effettuata tramite la metanalisi ha consentito a Razel di elaborare un modello in grado di esaminare in modo efficace la relazione che intercorre tra il tempo di fruizione della televisione ed il rendimento scolastico.
I risultati ottenuti hanno evidenziato che il tempo di fruizione della televisione incide effettivamente sulle prestazioni scolastiche di bambini ed adolescenti.
Razel ha infatti individuato la presenza di una soglia di fruizione ottimale della televisione; nello specifico è emerso che nel caso in cui gli studenti assistano ai programmi televisivi per un intervallo inferiore o superiore ad un determinato lasso di tempo, indicato appunto come la soglia ottimale, si verifica un peggioramento del rendimento scolastico.
Al contrario se il tempo speso a guardare la televisione è conforme al tempo ideale ciò produrrà degli effetti positivi sui risultati scolastici.
Lo studio ha così indicato che assistere ai programmi televisivi influisce positivamente sui risultati scolastici solo se ciò non si discosta dalla soglia ottimale; nel caso in cui tale intervallo di tempo sia inferiore o venga superato la correlazione tra le due variabili viene invertita e si verifica un peggioramento dei risultati scolastici.
Altro risultato interessante emerso dalla ricerca è la relazione che intercorre tra il tempo trascorso a guardare la televisione, le performance scolastiche ed una terza variabile: l’età degli studenti.
Lo studio ha analizzato le differenze nella fruizione della televisione nelle diverse fasce d’età suddividendo i soggetti coinvolti nelle sperimentazioni in tre gruppi: dai 5 ai 6 anni, dai 7 ai 9 anni e dai 10 ai 17 anni.
Ciò ha permesso di evidenziare due aspetti importanti; in primis il fatto che per le tre fasce d’età prese in esame permangono inalterati gli effetti positivi determinati dalla fruizione del medium televisivo al raggiungimento della soglia ottimale, in secondo luogo che tale soglia ottimale subisce delle sensibili variazioni in base all’età degli studenti.
Si registra infatti una relazione inversamente proporzionale tra età dei soggetti e tempo ottimale di fruizione della televisione; infatti all’aumentare dell’età degli studenti si ha un decremento del tempo ideale di visione del medium televisivo.
Nello specifico a 9 anni il tempo di fruizione ottimale si colloca tra le 2 ore giornaliere, a 13 anni passa ad un ora e mezza ed a 17 anni scende a mezz’ora.
In seguito Razel ha sviluppato ulteriormente la sua ricerca al fine di quantificare ed esaminare i dati inerenti ai soggetti che guardavano la televisione per un tempo superiore a quello ottimale.
Grazie a questa successiva analisi si è osservato che più della metà del campione, ben il 55% degli studenti, fruivano quotidianamente del medium televisivo per circa 3 ore in più rispetto alla soglia indicata dalla prima parte dello studio.
Questo ha determinato così un sensibile decremento dei risultati scolastici rispetto ai coetanei che fruivano della televisione per il lasso di tempo ottimale.
I risultati di questo studio ci suggeriscono quindi che la televisione non costituisce un medium negativo o positivo di per sé ma al contrario, come qualsiasi strumento, gli effetti che derivano dalla sua fruizione dipendono dall’uso che ne viene fatto.
Secondo voi la televisione influisce sulle prestazioni scolastiche?
Ed in tal caso vi inciderebbe in modo positivo o negativo?
Bibliografia:
Razel M., 2001, The complex model of television viewing and educational achievement, Journal of Educational Research n. 94, pp. 371–79.
Per la foto si ringrazia: mgus.
mercoledì 4 febbraio 2009
La percezione della sicurezza e il rapporto con i mass media e gli organi di informazione
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Alla luce degli avvenimenti che hanno avuto luogo negli ultimi giorni il tema della sicurezza nelle città italiane è più che mai attuale.
I fatti di Roma hanno infatti riportato prepotentemente all’attenzione dei media il discorso sicurezza e l'hanno collocato di nuovo in primissimo piano.
Questo argomento torna così ad essere discusso a distanza di pochi mesi, mesi intensi che sono stati caratterizzati non solo dal dibattito su questa tematica ma anche dallo svolgimento di ben due campagne elettorati, quella per le elezioni governative e quella per le elezioni amministrative nella Capitale, incentrate in gran parte proprio sul discorso sicurezza.
Il tema della sicurezza legato alla criminalità ha acquisito negli ultimi anni un ruolo ancora più importante rispetto al passato.
Ciò ha influito sulla percezione della sicurezza e conseguentemente sul comportamento, sugli atteggiamenti, sulle opinioni e più in generale sul nostro modo di vivere.
L’aspetto focale in questo caso è dato dalla relazione che intercorre tra l’informazione inerente agli atti criminosi e gli effetti che essa produce.
Viene quindi spontaneo chiedersi: la modalità con cui le notizie vengono presentate, quindi la frequenza con cui vengono proposte, il linguaggio, le immagini o i filmati utilizzati e via dicendo, influisce sulla nostra percezione degli eventi e sulla percezione della sicurezza?
Ampliando l'argomento un'altra domanda potrebbe essere: qual è il ruolo giocato dagli organi di informazione e dai mass media sulla percezione della sicurezza?
A questo interrogativo risponde in modo efficace una ricerca svolta dall’Osservatorio di Pavia, che sarà oggetto dei prossimi articoli.
Questa tematica inoltre viene approfondita in un interessante dibattito televisivo che ha avuto luogo in una puntata del programma: “Le Storie - Diario Italiano” e centra l’attenzione sull’uso dei mass media, sulla strumentalizzazione delle notizie di reato, soprattutto reati alla persona e alle cose con coinvolgimento della persona, come lo stupro, gli omicidi e le rapine, al fine di influenzare l’opinione pubblica ed ancora sull’uso della paura come strumento di governo.
Le Storie - Diario Italiano: L'Italia è un paese sicuro?
Cosa ne pensate?
La paura è uno strumento di governo? Può essere utilizzata per vincere le elezioni?
Infine è stato fatto un uso strumentale delle informazioni legate alla criminalità ed ai reati commessi o no?
Per la foto si ringrazia: murplej@ne - under deconstruction.



















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